24 maggio 2021

Trionfo Maneskin all'Eurofestival, Toto Cutugno: «Bravi e originali, felice di passare loro il testimone»

Toto Cutugno, un post molto affettuoso quello dedicato sul suo profilo facebook ieri ai Måneskin per il passaggio del testimone della vittoria italiana all’Eurofestival, dopo 31 anni. 


Che cosa le è piaciuto di più della performance dei quattro ragazzi romani?

«Mi è sembrata soprattutto originale: ecco, originali è la prima definizione che mi è venuta in mente dopo averli ascoltati».

I Måneskin cinque anni fa erano ancora una street-band, poi la popolarità conquistata ad “X Factor”, la vittoria a Sanremo. quella all’Eurofestival… Consiglio per non andare… “fuori di testa”.

«Stare sempre con i piedi per terra, trovare di continuo delle idee musicali interessanti, ricercare dunque, studiare, testi inclusi, ho capito che ai testi ci tengono parecchio. E, soprattutto, rimanere insieme, condividere la vita e il palco perché è evidente che questa è la loro forza come quella di ogni band».

La sua storia all’Eurofestival è strana: nel ’90 arriva secondo a Sanremo con «Gli amori», i Pooh che hanno vinto con “Uomini soli” non vanno a Zagabria e dunque tocca a lei, che porta però una canzone diversa da quella che ha presentato in Riviera, «Insieme: 1992», un brano di vocazione europeista. E vince. Come andò?

«Ero e sono innamorato di quella canzone. Ne avevo scritto il testo e la musica. Era un brano sinceramente ispirato, che mi apparteneva totalmente, lo sentivo mio. La soddisfazione che ho provato vincendo è stata immensa. Sono stato premiato anche per il miglior testo. Proprio come è accaduto ai Måneskin con la loro canzone quest’anno. Quella sera di maggio di trentun anni fa la ricordo ancora come un sogno e invece era realtà».

Vero che qualcuno voleva adottare la sua canzone come il nuovo inno del Vecchio Continente?

«Nei mesi successivi alla vittoria, nei miei spettacoli in giro per l’Europa, il pubblico mi accompagnava in coro. In particolare mi commossi una sera, durante un concerto in Romania: mi fecero trovare a sorpresa un gruppo di bambini che cantò “Insieme” come inno dell’unità europea. Niente frontiere, né confini, un’unica bandiera, tutti fratelli di un unico continente. Mi colpì molto quel gesto».

Qualcuno malignò che si trattasse di una furbata.

«Non mi risulta».

Quella del 1990 in realtà avrebbe dovuto essere la sua seconda partecipazione al contest europeo perché nel 1980 lei aveva vinto Sanremo con «Solo noi». Ma a L’Aja quell’anno si presenta Alan Sorrenti che a Sanremo non c’era nemmeno passato da turista. Che successe?

«Successe che mi incavolai parecchio… e mi incavolo ancora adesso, ricordandolo, a quarant’anni di distanza. Non me ne parli… Oh, l’unica volta che avevo vinto Sanremo».

Quali porte apre la vittoria all’Eurosong Contest? Lei nel ’90 aveva già una bella carriera alle spalle.

«I tempi erano diversi, diverse le strategie della discografia, del mercato, dell’immagine. Comunque a me ha dato la possibilità di fare televisione in vari Paesi europei. E questo in un periodo in cui la musica era ancora veicolata soprattutto attraverso la radio e la tv. Poi con le mie canzoni e con la mia band ho girato il mondo, ma sicuramente l’Eurosong ha contribuito alla mia popolarità internazionale».

Più di 100 milioni di dischi venduti, quasi 60 anni di carriera, una notorietà mondiale, tra un po’ 78 primavere anagrafiche: che cosa sta progettando l’inossidabile Cutugno per questo futuro si spera definitivamente post-pandemia?

«Per prima cosa mi auguro tanta salute, poi di divertirmi ancora facendo questo lavoro che è veramente un lavoro meraviglioso. E spero di ripartire presto con il tour mondiale per promuovere il mio nuovo disco che uscirà tra breve».

23 aprile 2021

Civitanova, code e assembramenti al centro vaccinale: la mia brutta esperienza

Oltre due ore per fare il vaccino e la maggior parte del tempo passata all'esterno, sotto un gelido vento sferzante. Sembra incredibile ma è quello che ci è successo venerdì 16 aprile.

 


Dopo l'ottima esperienza nel vecchio centro di via Ginocchi, dove ho accompagnato mio padre per le due dosi, mai avrei potuto immaginare una simile situazione di improvvisazione e incapacità gestionale, in questo nuovo maxi hub. Una cosa veramente spaventosa.

Come dicevo, con mio padre siamo stati due volte nell'altro centro ed entrambe ne siamo usciti in una ventina di minuti. Avevo letto qualche critica sui social ma più che altro si trattava di attacchi strumentali da parte di esponenti politici di opposizione che hanno cavalcato la protesta di qualche imbranato che magari denunciava la presenza di scale a chiocciola, non avendo visto che un metro più avanti c'era l'ascensore. Qualcuno ha scritto che per entrare ha dovuto fare tutto il giro (non so di cosa), quando c'erano ingressi da entrambi i lati dello stabile. Qualcuno aveva lamentato assembramenti all'accettazione ma quando siamo andati noi c'era la possibilità di prendere il numero e aspettare dove volevi. Vabbè, forse chi accompagnava gli anziani aveva bisogno di un accompagnatore.

Forte di questa esperienza, venerdì scorso ero abbastanza tranquillo nell'accompagnare mia madre nella nuova sede vaccinale, invece è stato allucinante.

Siamo arrivati qualche minuto dopo le 15 e abbiamo trovato già un bella coda, tra persone da vaccinare e accompagnatori, ci saranno state una cinquantina di persone. Il problema più grande, però, non era la coda in quanto tale ma la sua immobilità. Le persone entravano con il contagocce e lì fuori faceva un freddo cane, con folate di vento tagliente. Mamma a cui basta uno spiffero per stare male per giorni, cercava di ripararsi come poteva, con il collo del giaccone alzato più che poteva e che a un certo punto ha lasciato la fila per trovare riparo dall'aria siberiana. Riparo impossibile da trovare dato che era tutto aperto e per di più il vento si incanalava sotto la rampa di fronte all'ingresso. Io ho resistito un po' di più e sono dovuto andare in macchina a prendere la cuffia.

Nel frattempo la fila non faceva una piega, a qualcuno è stata portata una sedia perché non ce la faceva più. Una signora della protezione civile è stata aggredita verbalmente da qualcuno che era arrivato al limite della sopportazione.

Alle 15:50 siamo riusciti a raggiungere l'anta della porta d'ingresso. Eravamo ancora fuori ma almeno riparati dal vento. Proprio in quell'istante arriva qualcuno dall'interno che dice di stoppare gli ingressi che dentro erano al collasso. 




Dopo una decina di minuti e la compilazione di un modulo (non previsto da quelli scaricabili), passiamo allo step successivo, la fila per l'accettazione. Anche questa abbastanza stancante ma che non saprei quantificare. Forse un quarto d'ora ma che mia madre, stanca e con il mal di schiena, ha passato su una sedia che fortunatamente era presente.




Arriviamo quindi in un grande spazio con tante sedie (ma che a un certo punto non bastavano più), in attesa della visita anamnestica. Siamo forniti di numero, ci sediamo e attendiamo con pazienza. Avevamo 3/4 numeri davanti a noi ma stranamente non chiamavano e vedevo qualcuno dei dottori stare con le mani in mano. Dico "ma perché non ci chiamano?" e solo più avanti scoprirò il motivo: i dottori non chiamavano per risparmiarci una ulteriore lunga fila in piedi in attesa di essere chiamati per l'iniezione.




Riusciamo a parlare con una dottoressa, molto gentile, che dopo le domande di rito ci fa sapere che il vaccino del giorno è solo Pfizer (ce ne fossero stati altri, in base all'esito della visita, si sarebbe scelto il più idoneo).

Ci alziamo dalla postazione e ci tocca un'altra fila, nell'attesa dell'inoculazione, ma anche in questo caso vedo personale passeggiare di qua e di là mentre noi aspettiamo. Perché non ci fanno questa cavolo di iniezioni e poi ci mandano via? Lo scopriremo dopo gli ennesimi interminabili minuti, con mamma parcheggiata su una sedia ed io in coda.

Finalmente è il nostro turno, puntura sul braccio destro e una volta che mamma si è rivestita passiamo allo step successivo: la registrazione informatica dell'avvenuta somministrazione e l'appuntamento per la seconda dose.




Entriamo in un grande salone e finalmente scopriamo il motivo della nostra interminabile fila al freddo, all'esterno: numero alla mano, abbiamo ben 28 persone prima di noi! 

La causa di tutto il casino di questo nuovo centro vaccinale è data da questo ultimo girone dantesco che blocca l'inoculazione del vaccino, dato che altrimenti scoppierebbe di gente e che quindi blocca i medici anamnestici, che a loro volta bloccano le persone all'accettazione, che a sua volta blocca le persone alla pre-accettazione e crea le file all'esterno.

Porca di quella troia, dopo un giorno, due giorni, tre giorni che la situazione è così, si prendo altri cinque computer e si mettono a lavorare altri cinque navigator, volontari, percettori di RdC, persone in cassa mobilità, in cassa integrazione, etc.

E' passata una settimana e nulla è cambiato se non in peggio. Sono passato oggi pomeriggio e ho visto che hanno fatto un nuovo sbarramento sul piazzale e che immagino essere una pre-pre-accettazione. Sempre all'aperto senza nessun riparo dalle intemperie. 

Fa veramente male al cuore vedere che soluzione al problema è di una semplicità imbarazzante ma che non si riesce a metterla in pratica, per chissà quale strano problema organizzativo. Con tutti i soldi che girano per questa vaccinazione di massa, è possibile che non si riescano a trovare dei computer e mettere a lavorare un po' di persone in più? Si possono lasciare anziani e persone fragili in attesa per due ore all'esterno. Capirei se non ci fosse alternativa ma la soluzione è alla portata di un bambino piccolo, porca puttana! Ma se proprio non si potessero aumentare le postazioni per la registrazione dell'avvenuta inoculazione, basterebbe semplicemente ridurre il numero delle prenotazioni.

Dopo due ore e una decina di minuti, alle 17:20 finalmente siamo usciti.

06 marzo 2021

Continua con lo sperpero di denaro pubblico su Alitalia, in picchiata da 20 anni e senza speranza

Cambiano i governi ma resta il disastro finanziario di Alitalia, la compagnia di bandiera di questa repubblica delle Banane, tenuta in piedi solo grazie alle continue iniezioni di soldi pubblici, con l'ultimo versamento che è sempre il penultimo e l'Europa, che interviene su tutto, dalla curvatura della banane alla dimensione delle vongole, che si gira dall'altra parte permettendo questo scempio finanziario. Una compagnia che negli ultimi 20 anni, da quando il mercato è stato aperto alla concorrenza, non è mai stata in grado di essere competitiva e che naviga a vista, con perdite di quasi due milioni di euro a giorno.



Alitalia ha alle spalle una lunghissima scia di bilanci in rosso e di sostegni con soldi pubblici. Ecco quanto è costata agli italiani


Ben 12 governi, fino a quello guidato dall'attuale premier Mario Draghi, e quasi altrettanti amministratori delegati, 11, si sono dati il cambio in questi ultimi 20 anni, mentre Alitalia consumava la sua lenta agonia, passando per l'umiliazione del delisting, innumerevoli ricapitalizzazioni e approdando infine all'amministrazione straordinaria. Un filo rosso lega questi i due decenni della compagnia in caduta libera, oggi a un passo dal consegnare parte delle attività alla newco Italia trasporto aereo, per provare a rinascere più piccola e finalmente redditizia. Un filo rosso, come la sequela ininterrotta dei bilanci, invariabilmente in perdita.

Dal 2000 a oggi la compagnia ha chiuso ogni esercizio col segno meno, cumulando tra perdite a bilancio e quelle stimate (e mai smentite) della gestione commissariale, una cifra che ormai supera gli 11 miliardi di euro. Una sola eccezione ha interrotto questa drammatica catena di bilanci, funestata da attacchi terroristici, avvento delle low cost e infine, il Covid: l'utile di 93 milioni di euro del 2002, che si deve al versamento della penale versata da parte di Klm, allora rea di aver chiuso unilateralmente un contratto di cooperazione.

Alitalia era uscita ammaccata dal disastro delle Torri Gemelle nel 2001, che aveva messo a terra e poi costretto a una vera e propria rivoluzione il settore del trasporto aereo. Nulla rispetto a quello che sarebbe accaduto 19 anni dopo con la pandemia causata dal Covid. Ma allora, era sembrato un disastro dalle conseguenze incalcolabili. La causa intentata un anno prima dall'amministratore delegato, Domenico Cempella, contro gli olandesi, aveva dato i suoi frutti in tempo perché il successore, Francesco Mengozzi, il manager dei mille giorni, potesse passare all'incasso e archiviare in utile quel solitario esercizio del 2002, regalando persino qualche effimero brivido agli azionisti di Alitalia, all'epoca ancora quotata. Non che, riportando il calendario ancora più indietro, sia andata molto meglio.

Uno studio di Mediobanca, dedicato all'Alitalia pubblica dal 1989 al 2007 (l'anno prima della privatizzazione e dell'avvento dei cosiddetti capitani coraggiosi reclutati dal governo Berlusconi) aveva messo in luce perdite per l'equivalente di 6 miliardi di euro e interventi statali, già allora, per quasi 3 miliardi di euro. Di quel brusco divorzio di fine millennio con Klm, Alitalia ha portato i segni a lungo. Sarà solo il primo di tre matrimoni falliti con partner di peso internazionale, da Air France, nel frattempo diventata proprio Air France-Klm, all'ultimo, prima del commissariamento, con l'emiratina Etihad, determinata a fare di Alitalia una compagnia «sexy», per dirla con l'allora presidente, James Hogan.

Entrata con una quota del 49%, quella massima consentita a un azionista esterno alla Comunità europea. Etihad ne è uscita nel 2017, sconfitta dal referendum sul piano di risanamento a 5 anni, che prevedeva forti tagli alle retribuzioni dei dipendenti. La fine dell'alleanza con Etihad ha di fatto consegnato Alitalia all'amministrazione straordinaria. Partita a maggio 2017, è oggi alle ultime battute. Nel frattempo ben cinque commissari si sono occupati della compagnia: Luigi Gubitosi, con Enrico Laghi e Stefano Paleari, questi ultimi affiancati poi da Daniele Discepolo, fino all'arrivo dell'ultimo, Giuseppe Leogrande, che però dal 5 marzo non è più solo.

Il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, infatti, ha voluto che per l'ultimo miglio dell'amministrazione straordinaria, Leogrande venga coadiuvato da altri due commissari, Daniele Santosuosso, ordinario di Diritto commerciale alla Sapienza, e Gabriele Fava, giuslavorista. Il suo è il profilo che più ha attirato l'attenzione, perché l'operazione avrà un costo sociale che il governo vuole provare ad attutire. I tre dovranno chiudere il capitolo finale, col passaggio di consegne alla newco controllata dal Tesoro. Lo stesso giorno della nomina dei due nuovi commissari, Giorgetti ha incontrato la vicepresidente Ue con delega alla Concorrenza, Margrethe Vestager, insieme ai colleghi dell'Economia, Daniele Franco, e dei Trasporti, Enrico Giovannini. «Un buon primo incontro», lo ha definito la portavoce di Vestager. Ma dovrà essere soprattutto produttivo, visto che la priorità del governo è consegnare le attività volo alla newco in tempo per la stagione estiva, o le low cost si prenderanno tutto.

Già nel 2016, come evidenziato da Andrea Giuricin per l'Istituto Bruno Leoni, Alitalia si trovava in seconda posizione in termini di numero di passeggeri nel mercato italiano, alle spalle di Ryanair, la prima low cost europea, e davanti a Easyjet e Vueling, «altre due low cost molto più grandi della stessa Alitalia a livello europeo». Oggi quelle stesse low cost, atterrate come tutti i vettori dal Covid, stanno già riaprendo le ali e registrano prenotazioni record. Per il futuro di Ita e quel che resta di Alitalia, davvero all'ultima chiamata, insomma, arrivare in tempo per l'estate è vitale.

Da MF-Milano Finanza, 6 marzo 2021

[Fonte]

12 febbraio 2021

Ho prenotato il vaccino online (ed è stato semplicissimo)

Mio padre, sempre aggiornatissimo tramite le notizie sullo smartphone, ieri sera mi ha chiesto di prenotargli la vaccinazione. L'ho guardato negli occhi e gli ho chiesto: sei sicuro? E lui ha confermato.

Oggi a pranzo me l'ha ricordato e nel primo pomeriggio ho cercato informazioni su come effettuare la prenotazione online. Ho googlato, aperto la pagina di uno dei giornali locali e trovato immediatamente l'indirizzo web per eseguire l'operazione: 

http://prenotazioni.vaccinicovid.gov.it

Mi aspettavo un po' di caos e problemi da click day e invece è stato tutto semplicissimo e velocissimo!

Pochi secondi di attesa e sono entrato in una pagina dove mi è stato chiesto il numero della tessera sanitaria e il codice fiscale, poi alcuni dati come il numero di cellulare e il cap e qui devo dire che la prima volta ho sbagliato (oppure non ha funzionato il sistema, a seconda di come la vogliamo vedere).

Mettendo il cap del mio paese, è uscita fuori una lista di giorni ed orari, scaglionati di ora in ora, al centro di vaccinazione di Macerata. Mi padre sarebbe anche andato (o l'avrei tranquillamente accompagnato io) ma ho voluto provare a cambiare il codice di avviamento postale mettendo quello di Civitanova e in effetti ho avuto ragione. E' uscita la lista relativa al centro vaccinazione di via Ginocchi e in due secondi ho scelto data, orario ed ho prenotato.

La conferma, oltre a che a video, è arrivata anche sul cellulare e il gioco è fatto.

















07 gennaio 2021

L'ermetismo applicato all'architettura: la micro-casa fortificata nel bosco

A prima vista può sembrare una cabina dell'Enel che ce l'ha fatta ma se devo dire la verità, a me non dispiace affatto questa particolare abitazione composta da blocchi accatastati. Dentro non posso giudicarla perché le foto nell'articolo mostrano solo due particolari marginali ma mi fido della descrizione riportata di seguito: "E' all'ultimo piano che si concentra l'intimità della micro-casa fortificata. Separati da superfici in vetro che collegano il pavimento al soffitto, tre camere da letto e un bagno si dispiegano comunicando tra di loro, tra la corposità del cemento e il calore del legno.



Ermetica fuori, emozionale dentro: la doppia anima di una micro-casa fortificata in mezzo al bosco

Otto metri per otto di base, 9,5 per altezza e 95 metri quadrati di superficie quadrata: sì, quando si parla di micro-case, le misure contano. Compatta e abitabile per definizione, la Tiny House progettata da Marte.Marte Architekten è tra gli esempi più recenti di questa particolare tipologia di costruzione che, ideata per popolare lo spazio all'insegna del nomadismo, riflette le pratiche più attuali del nuovo abitare. Monolitica, come se fosse scolpita nella pietra, l'edificio disegnato dal team austriaco di Feldkirch si erge come una piccola torre nel mezzo di una romantica radura nel bosco. Simile a una fortezza, dall'esterno appare così: ermetica e introversa. Mentre i blocchi accatastati uno sopra l'altro lasciano aperto il dialogo tra dentro e fuori attraverso le geometriche fessure in vetro, dall'interno, la struttura spaziale si apre allo spettatore con grande emozione.




Bordata da soffitti lisci e materici pavimenti in legno, la casa appare all'esterno spigolosa e ruvida. Una volta varca la soglia di Tiny House, le pareti massicce in calcestruzzo isolante creano infatti un'inconfondibile sequenza di stanze incastonate su ogni livello di dimensioni diverse. La composizione spaziale che ne risulta è come una scultura morbida penetrata a tratti da profonde incisioni che, se ben osservate, rivelano all'occhio più attento la foresta circostante. A collegare i tre piani abitativi, disposti uno sopra l'altro, c'è poi una piccola scala a chiocciola che, dall'ingresso che abbraccia anche un studio al centro, conduce direttamente al livello superiore dove le tre stanze formano una straordinaria zona giorno. Le ampie pareti in cemento armato suggeriscono infatti un'atmosfera abitativa introversa e protettiva che si interrompe solo nelle aperture finestrate che rivelano viste differenziate dello spazio naturale al di fuori.




Ma è all'ultimo piano che si concentra l'intimità della micro-casa fortificata: separati da superfici in vetro che collegano il pavimento al soffitto, tre camere da letto e un bagno si dispiegano comunicando tra di loro. Tra la corposità del cemento e il calore del legno, le installazioni tecniche di Tiny House sono ridotte al minimo: se i LED emettono una luce simile a quella di una candela, la trasparenza del vetro è il tratto d'unione tra la casa e la natura circostante.




[Fonte]


02 gennaio 2021

Addio a don Ennio, sacerdote missionario

Un breve ricordo di zia Enrica sul fratello don Ennio, scomparso lo scorso 30 dicembre a causa del Covid. Proprio ieri in famiglia stavamo calcolando il tempo intercorso tra un suo precedente ricovero di alcuni giorni per controlli e il manifestarsi dei sintomi del coronavirus e purtroppo sono perfettamente compatibili con un contagio all'interno dell'ospedale.

Zio utilizzava spesso Skype per contattarci, a volte con semplici messaggi ma quasi sempre con videochiamate, immancabili per compleanni e onomastici, o semplicemente per sapere come stavamo. Si preoccupava della mia situazione lavorativa e ogni volta mi chiedeva se ci fossero delle novità, come il 12 novembre, l'ultima volta che ci siamo visti attraverso lo schermo del computer. 




L'ultimo di noi che l'ha sentito su Skype pochi giorni prima del manifestarsi in pieno della malattia, ha detto che chiedeva preoccupato del nostro stato di salute, dopo alcuni casi di Covid in famiglia, ed era molto raffreddato, con tosse. Purtroppo non era un brutto raffreddore ma i sintomi già evidenti della terribile malattia che l'ha portato in paradiso.

Aveva compiuto ottant'anni lo scorso 8 settembre, con una grande al ristorante con tutti i parenti e prima di tornare a Roma, mi aveva chiesto se potevo inviargli foto e video dell'evento, da poter poi condividere. Gli resi la cosa molto semplice, girandogli semplicemente un paio di link, dove avevo messo ridimensionati e compressi, foto e video del pranzo e della messa. A marzo 2021 avrebbe festeggiato i cinquant'anni di sacerdozio.

Immensa tristezza.


Aveva 81 anni, ha lottato fino all'ultimo contro il virus. Il ricordo della sorella: «Era innamorato del Brasile, lo considerava una seconda patria» 

Se n'è andato a 81 anni il sacerdote missionario, don Ennio Verdenelli, di Montecosaro. Aveva problemi di salute da molti anni: ricoverato a Roma, è rimasto poi contagiato dal Covid, che rapidamente se l'è portato via. 

Sentita la vocazione a 21 anni, dopo un percorso dalle suore laiche a Passo di Treia e fatta l'università a Roma, don Ennio ha dato la sua vita per la missione, «amava il Brasile e i brasiliani amavano lui - lo ricorda la sorella, Enrica -, per lui era una seconda patria. Raccontava spesso del viaggio che fece per raggiungere il Brasile, ci impiegò un mese, a bordo di una nave mercantile. Appena diventato sacerdote, infatti, ha espresso subito il desiderio di partire in missione. Era innamorato di quella terra, anche se le difficoltà non mancavano. «Ci raccontava che per andare da una cappellina all'altra, spesso ci voleva moltissimo e bisognava passare per strade impervie. Ma a lui piaceva». 

I problemi di salute «sono cominciati diversi anni fa - spiega la sorella - e gli ultimi anni li ha trascorsi a Roma. Di recente, si è ricoverato per altri problemi, ma ha preso il Covid e si è aggravato rapidamente. E' stato portato al Covid hospital, ha dovuto indossare il caschetto per respirare, non riesco nemmeno a immaginare quanto abbia sofferto. Poi, purtroppo, è stato intubato. Hanno provato anche con una tracheotomia, per salvarlo, ma non c'è stato nulla da fare». La sera del 30 dicembre, il suo cuore ha smesso di battere. 

Un pensiero va agli operatori sanitari che si sono presi cura di don Ennio negli ultimi giorni della sua vita: «Devo dire che il personale è davvero in gamba, dall'ospedale ci chiamavano tutte le sere per darci notizie, in qualche modo ci siamo sempre sentiti vicini a lui, per quanto possibile in una situazione simile», riferisce la sorella Enrica. 

Quest'anno, don Ennio non se la sentiva di andare a trascorrere le feste in famiglia: prima che si ammalasse, «ci eravamo anche offerti di andare a prenderlo, ci avrebbe fatto tanto piacere. Ma lui aveva detto con l'emergenza virus in corso non se la sentiva». 

II 7 gennaio alle 10, nella chiesa dell'Assunzione di Maria di Tor Vergata, ci sarà il funerale di don Ennio, poi anche Montecosaro potrà salutare il suo sacerdote per l'ultima volta: sarà seppellito, come era nei suoi desideri, nel cimitero di Montecosaro. Don Ennio lascia i fratelli e sorelle Enzo, Enrica, Adriana, Silvana e Giuliana, e tantissimi nipoti e pronipoti. 


IL RESTO DEL CARLINO - SABATO 2 GENNAIO 2021

21 dicembre 2020

Cecco Angiolieri, figlio di "Solafica" dei "frati gaudenti"

Non mi chiedete il perché ma oggi avevo in mente Cecco Angiolieri e dopo aver riletto il suo testo più famoso, ho voluto approfondire un paio di aspetti che mi hanno fatto sorridere.




«S'i' fosse foco, arderei 'l mondo»

S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo; 
s’i’ fosse vento, lo tempesterei; 
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; 
s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo;

s’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo, 
ché tutti cristïani imbrigherei; 
s’i’ fosse ’mperator, sa’ che farei? 
A tutti mozzarei lo capo a tondo. 

S’i’ fosse morte, andarei da mio padre; 
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui: 
similemente farìa da mi’ madre. 

S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, 
torrei le donne giovani e leggiadre: 
e vecchie e laide lasserei altrui.


Nel sonetto l'autore sfoga il suo malanimo contro il mondo augurandosi di poter seminare distruzione e coinvolgendo nella sua "furia" anche i genitori, rei di non dargli abbastanza denaro per i suoi stravizi.

A tal proposito è curioso quanto riportato dalla biografia di Cecco su Wikipedia, in merito alla figura del padre, accusato di non "sganciare la grana":

"Cecco nacque a Siena da una famiglia particolarmente benestante, intorno al 1260. Il padre era il banchiere Angioliero degli Angiolieri, figlio di Angioliero detto "Solafica"; fu cavaliere, fece parte dei Signori del Comune nel 1257 e nel 1273 (dopo essere stato priore per due volte) ed appartenne all'ordine dei Frati della Beata Gloriosa Vergine Maria (i cosiddetti «Frati Gaudenti»). 

Capito? Il padre appartenne ai «Frati Gaudenti» ed era detto "Solafica". Non aggiungo altro 😂

12 dicembre 2020

Serata amarcord, ho rispolverato le audiocassette (con pessimi risultati)

Qualche giorno fa mi contatta un amico chiedendomi aiuto. Doveva rifare una cassetta (audiocassetta) di canzoni di Natale, perché quella che gli avevo preparato tanti anni fa non funzionava più o aveva qualche problema. 

Dopo aver cercato delle canzoni più o meno adatte, il primo scoglio scoglio: masterizzare un cd (per poterlo poi duplicare sulla cassetta). Credo che l'ultima volta che abbia masterizzato qualcosa dal mio computer sia stato almeno un decennio fa ma tutto sommato, fino a quel punto è filato tutto liscio.

I primi problemi appena mi sono recato in cucina per ascoltare cd audio sul vecchio stero portatile. Per farlo partire, infatti, ho dovuto effettuare diversi tentativi perché mi scriveva in continuazione "NO CD". Alla fine, non so per quale motivo, finalmente è partito e anche se soffriva un po' nel passaggio tra una canzone e l'altra, più o meno funzionava.

A questo punto mancava solo l'ultimo passaggio, quello di mettere in "play" il lettore cd e in "rec" quello della cassetta e il gioco sarebbe stato fatto. Prendo la cassetta che mi ero procurato, nuova fiammante, la scarto come ho fatto decine e decine di volte da giovane e fatta scorrere fino all'inizio del nastro registrabile, la inserisco nello stereo. 

Ci siamo!

Faccio partire il cd e contemporaneamente premo i due tasti per la registrazione sul mangianastri che, nomen omen, dopo qualche secondo inizia a gracchiare. Fermo immediatamente il tutto, apro e vedo il nastro attorcigliato sulla testina. Provo con delicatezza a estrarlo ma senza successo, così forzo un pochino e crac... spezzato.

Casualmente, all'interno dello stereo avevo trovato una vecchia cassetta dimenticata da secoli e ho voluto fare una seconda prova, per capire se c'erano effettivamente dei problemi oppure ero stato semplicemente sfortunato. Riavvolgo il nastro, faccio scorrere fino al punto registrabile, faccio partire il cd e il rec sulla cassetta e dopo un istante ancora ç%#@§#@$£ e nastro intrecciato. Quest'ultimo sono riuscito ad estrarlo senza romperlo, ma è talmente acciaccato che non so se funzionerà mai.

A questo punto, se vogliamo la colonna sonora per il presepio, bisogna trovare una soluzione alternativa.



15 novembre 2020

Primo giorno di "arresti comunali" nelle Marche arancioni

Il primo giorno di "arresti comunali" volge al termine e per farvi capire il mio disagio, vi dico solo che ho passato buona parte del pomeriggio "facendo cose" all'auto. La cosa più degradante che ci può essere secondo me, che odio con tutto il cuore e parte dell'intestino (cit. Giobbe Covatta).


Mi da fastidio anche il solo dover aprire il tappo del serbatoio quando vado a fare rifornimento, per rendere meglio l'idea e far capire il mio pensiero sui motori ma oggi mi sono fatto forza e per ammazzare un po' il tempo ho pulito l'interno, togliendo talmente tanta sabbia che posso farci una spiaggia personale.

Dato che ormai avevo preso il via, al calar delle tenebre ho voluto esagerare e per la prima volta nella vita, ho smontato la plafoniera per cercare di risolvere un problema con la luce che non si accendeva. Porca vacca, ci sono pure riuscito anche se credo l'unica abilità necessaria per farlo sia il possesso di un pollice opponibile.

La domenica è quasi passata e da domani tra la spesa e qualche appuntamento di lavoro, la settimana sarà meno pesante.




14 settembre 2020

A Rocca Calascio con ParadisoMontagna

Sabato mattina mi ha chiamato l'amico Simone per invitarmi a un tracking non particolarmente complicato che avrebbe guidato la mattina seguente. Ero al mare, come ho fatto quasi giornalmente per tutta l'estate ma ora che siamo verso la chiusura della stagione balneare, ogni minuto, ogni ora, ogni giornata che si può ancora trascorrere in spiaggia ha un sapore diverso e gli ho detto che ci avrei pensato. Ma ci avrei pensato sul serio e non era un modo di dire.

 


Il vento teso e insopportabile del pomeriggio, dopo una settimana dello stesso tenore, e la possibilità di fare qualcosa di diverso per una volta, mi hanno fatto decidere di accettare l'invito e domenica mattina, alle 7:25, è passato a prendermi sotto casa, prima di raggiungere il meeting point di Montecosaro dove ci ha raggiunto l'amico Luca, compagno delle scuole medie (tutti e tre nella stessa classe) che non vedevamo dal giorno della licenza e che questa estate abbiamo incontrato per una cena amarcord.

Dopo un secondo punto di ritrovo con il resto della comitiva, a Porto San Giorgio, partiamo quindi alla volta di Santo Stefano di Sessanio bellissimo paesino compreso all'interno del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, facente parte del Club dei Borghi più belli, da cui, dopo un buon caffè, siamo partiti alla volta di Rocca Calascio (1460 m s.l.m.).

Rocca Calascio, dalla fondazione ai giorni nostri.

La fondazione della rocca si fa risalire all’anno 1000 anche se il primo documento storico che ne attesta la presenza è datato 1380. La struttura originaria era costituita da un torrione isolato di forma quadrangolare a pietre già squadrate ed aveva funzione di torre d’avvistamento.

Nel XIV secolo è possedimento di Leonello Acclozamora della baronia di Carapelle. Successivamente, verso la fine del XV secolo, venne concesso da re Ferdinando ad Antonio Todeschini della famiglia Piccolomini[3] che rafforzò la fortificazione dotandola di una cerchia muraria in ciottolame e quattro torri di forma cilindrica ad uso militare. Durante questo periodo la rocca vide crescere il proprio peso economico, poiché posta a controllo dei capi di pecore coinvolti nella transumanza sulla direttrice del regio tratturo per Foggia, ed ai suoi piedi si sviluppò un piccolo borgo, a sua volta cinto da mura.

Nel 1579 la famiglia Medici acquistò per 106.000 ducati la rocca ed il vicino borgo di Santo Stefano di Sessanio al fine di estendere i propri possedimenti per sfruttare il commercio della lana. Nel 1703 venne devastata da un violento terremoto in seguito al quale l’area più alta del borgo venne abbandonata e buona parte della popolazione si trasferì nel vicino paese di Calascio, la cui nascita è collegata alla distruzione della rocca.

Nel XX secolo anche le ultime famiglie rimaste abbandonarono il borgo e la rocca rimase disabitata. Sul finire del secolo però, anche sull’onda del successo derivato dall’ambientazione di alcuni film (su tutti Lady Hawke del 1985), alcune abitazioni sono state recuperate ed altre sono state convertite a strutture ricettive; il castello, inoltre, ha subito un importante operazione di restauro e consolidamento ed è oggi una delle principali attrazioni turistiche della zona.

La mia condizione fisica ai minimi

Devo ammettere che il mio pessimo stato di forma, alla fine dell'estate, dopo aver smesso con la palestra ai primi di giugno, mi ha creato qualche difficoltà nella salita e il super titolato Simone Pantanetti, Accompagnatore di Media Montagna facente parte del Collegio delle Guide Alpine Italiane della regione Marche, Guida ufficiale del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e Guida del Parco Naturale della Gola della Rossa e Frasassi se n'è accorto senza che mi lamentassi in alcuno modo. Anche perché, sbagliando, avrei comunque stretto i denti cercando di arrivare in cima senza dire nulla.

Alla fine è andato tutto bene e dopo quasi due ore di cammino sotto un sole cocente, siamo finalmente arrivati alla chiesetta e quindi ai resti della vicina Rocca. Una visita più che altro simbolica, dato che riguardava solamente l'esterno e dopo qualche foto siamo scesi al sottostante paesino di Calascio, dove, dopo un giro tra le bancarelle e i negozietti di artigianato e souvenir ci siamo fermati per consumare il nostro pranzo al sacco prima di intraprendere la discesa.

Fortunatamente appena fatto pranzo il sole si è concesso una pausa e tornare verso l'auto, all'inizio, è stato molto più semplice con ombra e ventilazione rinfrescante. Durante la discesa si è riacceso il solleone e l'aria d'un tratto era sparita ma la vicinanza dell'arrivo faceva pesare meno quella condizione di disagio.

Alla fine siamo tornati a Santo Stefano di Sessanio, preso d'assalto dai turisti a differenza della mattina e dopo un passaggio al bar per rinfrescarci, verso le 16:45 abbiamo ripreso la strada di casa.

Condizione fisica e/o traumi del giorno dopo

Devo dire che tutto sommato poteva andare peggio. Acido lattico nei polpacci e dolori alle anche sono la condizione normale al ritorno di una vacanza, dove di solito si cammina sempre tanto e quindi ci sta tutto. Ero un po' preoccupato per l'arrossamento al volto e al collo dovuto al sole che ieri picchiava veramente forte ma non ho il minimo fastidio.