27 novembre 2013

Quattro giorni all'ospedale

E' iniziato tutto la settimana scorsa, martedì 19 novembre, quando mi hanno fatto presentare alle 7 nel reparto di ortopedia.

Un pò per l'ansia che non mi ha fatto riposare bene e un pò per l'orario così mattiniero, sono arrivato così stanco all'ospedale che quasi non serviva l'anestesia.

Alle 7:30 finalmente mi chiamano, mi misurano battito e pressione e un infermiere mi accompagna in stanza, l'ultima in fondo al corridoio (ortopedia 10), dove trovo un sacco di gente ma sopratutto nemmeno uno dei quattro letti presenti era libero. Si sarebbe liberato qualcosa in mattinata, nel mentre io sarei stato sotto i ferri.

Mi tocca spogliami in bagno, lascio gli abiti a mio padre che mi accompagnava e con indosso solo gli slip e quel simpatico camice dell'ospedale, salgo su di una barella taxi che mi avrebbe portato in sala operatoria. Il mio era il primo intervento della giornata, quando di solito si fanno quelli più difficili. Cominciamo bene, ho pensato.

Durante il tragitto in barella, prima di entrare in una stanza non meglio identificata, sento un saluto: "ciao Simone", alzo lo squardo e vedo mia cugina, anestesista, che mi dice che avrebbe provveduto lei ad addormentarmi. Anche se non è così importante, meglio un parente che uno sconosciuto.

Arriviamo al momento fatidico dell'intervento. E' stata una cosa fantastica, una sensazione mai provata, quasi come "Ritorno al futuro", un viaggio nel tempo, non so come descriverla: mi hanno appoggiato qualcosa su naso e bocca e dopo un secondo ho sentito chiamare.. Simoneee. L'intervento era termianto!!

Mi è stato poi riferito che quello che per me è durato un secondo, per l'equipe guidata dal dottor Paolo Vitali, coadiuvata dal primario Nicola D'Agnone, sono state due ore e mezza di intenso lavoro, visto che all'interno, il mio naso era messo piuttosto male, tra deviazione del setto e poliposi bilaterale.




Al risveglio non ho avuto problemi particolari e nemmeno ricordi di freddo in sala operatoria di cui tutti parlano. Avevo solo un grosso naso, con dei tamponi all'interno ed una garza alla base che fungeva da tappo, tenuta con una striscia di nastro adesivo. Il problema principale è stato quello di non poter deglutire normalmente (prova tu a tappare il naso e bere un bicchiere d'acqua) e sopratutto fastidio alla gola dovuto sia alla respirazione che ad un "accumulo" impossibile da mandar via.

Alle 11:30 ero in camera (n.10, letto 34), in compagnia solamente di una persona, operata alle corde vocali, con due letti liberi e dopo nemmeno un'ora arriva il pranzo.



Non avevo molta fame ed il menu non mi invogliava di certo a mangiare. Un pezzo di carne, credo di dinosauro, era l'unica cosa che ho mangiato, per il resto una ciotola di fagiolini e carote che credo di non aver mai mangiato in vita mia ed una zuppa che il mio compagno di stanza chiamava di "lavatura di piedi".

A parte il gusto delle pietanze, avevo ovvie difficoltà deglutire, ad aprire troppo la bocca e ad usare gli incisivi superiori perché quella parte della bocca era legermente dolorante.



Mio padre, quel sant'uomo, mi è stato sempre vicino e mi accudiva come fossi stato un bambino, facendo anche cose che avrei potuto tranquillamente sbrigare da solo. Nell'unico suo momento di assenza, nel pomeriggio, c'è stato un piccolo colpo di scena.

Era uscito dalla camera per qualche minuto quando ho sentito il naso iniziare a colare, non una grossa perdita ma comunque quanto bastava a fare una piccola scia sul mio viso, visto che ero disteso sul letto. Avevo difficoltà ad alzarmi perché non volevo sporcare e con un braccio cercavo dei fazzoletti che avrebbero dovuto essere sopra il comodino.

Per fortuna il vicino di letto mi ha visto ed ha urlato al figlio di aiutarmi. Questo ragazzo ha preso dei fazzoletti ed ha cominciato ad asciugarmi e proprio in quel momento è rietrato mio padre che vedendo quella scena, mi dispiace, ma si è anche impaurito un pochino.

Ho continuato ad avere ancora delle perdite ed abbiamo dovuto far cambiare un paio di garze, fino a quando ne hanno messa una talmente grande che è stata in grado di assorbire tutto (o forse era semplicemente terminata l'emorragia).



La notte è filata via liscia, senza problemi e mio padre, essendoci due letti liberi, ne ha approfittato e si è disteso su uno di quelli.

La mattina del giorno seguente, mercoledì 20 novembre, il mio compagno di camerata viene dimesso e mi ritrovo da solo, ovviamente con mio padre a fare compagnia, fino alle 23. Nessun problema particolare, nessun dolore ne tantomento fuoriuscite di sangue.

Alle 23, quando già mio padre aveva preso possesso del letto accanto al mio, è iniziato il finimondo. nel giro di un paio d'ora sono arrivati tre anziani, una poverina di 91 anni con un femore rotto, un'altra con non so bene quale problema ed per finire un signore, che ha preso il posto di mio padre accanto a me con un problema neurologico, forse un ictus e non si capisce come mai fosse finito in ortopedia.

Fatto sta che quella che si preannunciava come una notte tranquilla, è stata animata da questi poveretti, di cui una silenziosissima ma gli altri due non sono stati un minuto in silenzio. La vecchina del femore ripeteva in contuazione "mamma mia.. mamma mia.." e l'altro signore variava, andava da un "ahi ahi ahi ahi" ad una sfilza di bestemmie in un paio di occasioni, contro Dio e la Madonna.

Il mattino seguente (giovedì 21) portano una delle due anziane in geriatria e la rimpiazzano subito con una sulla quarantina, nel frattempo spostano anche l'anziano bestemmiatore in neurologia e liberatosi un letto nella stanza accanto, spostano anche me, ponendo fine a tutta quella promisquità che di era venuta a creare.

Nella stanza numero 9 trovo un signore di Corridonia, sulla settantina ed un'altro di Montecassino sui novanta, antrambi con femori rotti e nel letto accanto al mio, un ragazzo di Montegiorgio caduto dalla bici, con due vertebre incrinate e qualche costola rotta.



Avendo ormai una discreta compagnia e non avendo più avuto problemi di sanguinamento, mio padre può finalmente tornare a casa per qualche ora a riposarsi e mangiare un po' (sta facendo dei lavori sui denti ed ha difficoltà a masticare). 

In teoria sarei dovuto uscire questo giorno ma visto che l'intervento è stato particolarmente laborioso (a detta del primario) hanno preferito farmi rimanere un giorno in più.

Mio padre torna per il pranzo, rimane finché non servono la cena e dopo due notti "complicate", può finalmente passarne una sul letto di casa.

Siamo arrivati all'ultimo giorno, venerdì 22 novembre, quello decisivo. Mio padre mi raggiunge verso le 7:30, pronto per riportarmi a casa, anche se ancora non avevo avuto notizie a riguardo. Alle 8 passa il primario per la visita e mi dice che in mattinata sarò chiamato per essere "stamponato", cosa che puntualmente avviente un'ora dopo.

L'assistente dell'otorino, prima che arrivi il dottore, mi prepara al peggio dicendo che potrei perdere del sangue e nel caso, mi dovrei alzare in avanti tenendo una scodella in mano. Se mi dovesse fare senso la vista del sangue, chiudere gli occhi. 

Siamo arrivati al momento decisivo, quello della famigerata rimozione dei tamponi. 

Parlando con qualche amico, avevo sentito molte versioni su questa operazione. Qualcuno mi aveva detto che non era più come una volta, negli ultimi anni c'erano dei tamponi particolari che venivano via quasi da soli. Un ragazzo che viene in palestra mi ha detto che si è rigatto il naso due volte ed i tamponi che avevano messo a lui erano quelli classici di stoffa (o materiale assorbente) ma imbevuti in una soluzione particolare, tirarli via era stato un gioco da ragazzi. 

TUTTE CAZZATE!

I tamponi all'interno del mio naso erano quelli classici, famigerati, che quando si tolgono sembra che tirino via anche il cervello. Un sensazione indescrivibile! 

Non ho capito per quale motivo, in una narice ce n'era uno mentre nell'altra due e quella fastidiosissima sensazione si è ripetuta per TRE volte. Non è nulla a cui non si sopravviva ma è veramente fastidiosa. In compenso, tutto quel discorso sul come raccogliere il sangue non è servito a nulla, visto che dopo lo stamponamento non ne è uscita nemmeno una goccia. Grandi!!!

Non avrò perduto sangue ma come accade nei cartoni animati, stavo sbiancando vistosamente e dopo un momento sento come una vampata di calore e sto per svenire. Per fortuna avevo i due luminari che mi avevano operato proprio di fronte e si sono accorti quasi prima di me di quello che stava accadendo. La loro assistente a provveduto a farmi sdraiare (ero seduto) e mi ha alzato le gambe. Dopo un momento ero di nuovo in forma ma per riaccompagnarmi a letto hanno preferito prendere una sedia a rotelle (credo la prima volta nella vita).

Ho passato le ultime quattro ore di ospedale cercando di trattenere mio padre che voleva andare a chiedere a chiunque quando mi avrebbero fatto uscire. Aveva paura che si dimenticassero di me e mi avrebbero magari tenuto un giorno in più. 

Mi hanno richiamato in "otorino" verso l'una e mezza e dopo le istruzioni su come accudire il mio nuovo naso, mi hanno finalmente dimesso, non disdegnando di prescrivermi tre iniezioni!



CONCLUSIONI: Dopo questa mia prima esperienza in ospedale, ho capito che siamo veramente messi male. Gli infermieri si lamentavano sempre, sia di cose soggettive, quali i turni a cui erano costretti, alle ferie assegnate in maniera iniqua sia di cose soggettive, come l'utilizzo di un reparto per cose del tutto estranee allo stesso.

Posso testimoniare personalmente di aver avuto come compagni di stanza una paziente da geriatria ed uno da neurologia. Nelle altre stanze, oltre agli "ortopedici" che erano i titolari, c'erano anche degli oculistici ed ovviamente, come nel mio caso, diversi nasi ma essendo stato chiuso il reparto di otorino, i pazienti erano smistati regolarmente in ortopedia.

Un ragazzo del mio paese che lavora come infermiere ripeteva sempre: l'infermo senza infermiere è come il giardino senza il giardiniere, lamentandosi di come dei suoi colleghi laureati, fossero stati impiegati in mansioni che non avessero bisogno di qualifiche, tipo trasportare un paziente da un reparto all'altro e mancasse invece qualcuno in grado di poter fare un antidolorifico al paziente che ne avesse bisogno.

L'ultima cosa di cui vorrei parlare in questo lungo post (che per fortuna non leggerà nessuno) è dei rapporti umani che si instaurano in queste situazioni. Io sono abbastanza chiuso ma mio padre dava confidenza a tutti ed avevamo fatto amicizia con l'intera camerata, nell'ultimo giorno e mezzo. 

Quando si è trattato di andare e mi stavo vestendo, il signore novantenne che era di fronte a me, che quasi non parlava, ha chiesto se me ne stessi andando, con due occhi che gli brillavano e quando l'ho salutato stringendogli la mano tra le mie, erano i miei di occhi che luccicavano, per la commozione.

1 commento:

Sami ha detto...

Mi spiace io l'ho letto; previsione errata!!!
Come direbbe Uber di Aldo Giovanni e Giacomo: "Tutto è bene ciò che finisce bene"